“MMMM….mama, mama, me vien da gomitare, a go el stómego rabaltà”.
Giovanin
appena ebbe finito di leggere la lettera divenne bianco come una pessa
da lissia, con i oci sburii si mise una mano sulla bocca e corse in te
l’orto a gomitare su par na visèla.
Nell’orto Giovanin buttò fora
anca l’anima, sua mamma arrivò subito con un sugamano bagnato e una
bossa de acqua de milissia: era preoccupata, pensava che la minestra di
dado americano avesse fatto male a quel toso malatisso.
Per lui le
aveva tentate tutte, oio de risino, oio de merlusso, papete de semense
de lin, brodeto de galina, parfin aveva comprato un bussolotto de
Ovomaltina che il fermacista le aveva consigliato. Tutto aveva sortito
poco effetto, Giovanin era sempre un stisón che non veniva da gnente.
Già da tóseto Giovanin aveva dato da pensare, aveva pissato in leto fin a tardi e in casa non sapevano più che santi ciamare.
Tentarono
con un vecchio rimedio che aveva suggerito una donna quasi centenaria:
si ricordava che quand’era giovane per questo problema de visiga
debole, le donne cucinavano una morejeta come un uselo in farsóra, con
salvia, oio e lardo e la davano da mangiare al malcapitato.
Il
risultato fu solo che Giovanin al vedere quella schifezza si era stencà
come na sardèla e non c’era stato verso di fargli ingoiare il sorde.
Così
erano passati gli anni tra carovane, febbri, vermi, mal de moltón:
tutto quello che c’era da prendere Giovanin lo prendeva, pareva un
calamita che attraeva tutte le malattie, tanto che avevano pensato di
far voto alla Madonna perché potesse intercedere per la sua salute ed
avevano già preparato il vestitin da frate per farlo indossare al
giovinetto come si faceva in quegli anni.
La famiglia aveva dei
parenti in America, nello stato di Los Angeles, emigrati da qualche
decennio all’inizio del novecento e in quella terra si erano fatti con
sacrifici e fatiche una tranquilla posizione di una normale famiglia
americana.
Nel tempo erano tornati anche a trovare i parenti
rimasti in patria, portando con l’occasione dei doni che un’Italia mal
messa del secondo dopoguerra poco conosceva.
Allora arrivavano con
dei bolli di cioccolata bella grossa, gomme da masticare al sapore di
menta, sigarette con il filtro per gli uomini e, specialità rara e
preziosa, i dadi da brodo, cubetti di concentrato di carne che
insaporivano tranquillamente una pignatta di acqua senza tanto
trafficare con carne di gallina, manzo e ossa.
Come per miracolo
Giovanin mangiava volentieri quel brodo, un po’ di pastina e di
formaggio: una miscela che prendeva volentieri senza tanto farsi
supplicare.
Questi parenti la prima volta che vennero in Italia
vedendo Giovanin che pareva incagnìo presero paura; poi, vedendo che il
loro dado aveva sortito un piccolo miracolo nella salute di quel nipote
malatisso, ne furono contenti ripromettendosi di fornire di tanto in
tanto quei cubetti una volta rientrati negli Stati Uniti.
Quando
arrivava quel pacco postale pieno di francobolli e di timbri era una
festa per la famiglia; si sentivano privilegiati per quella roba
mericana, aprivano l’involucro con attenzione, piano, con una liturgia
che richiamava l’attenzione di tutti.
Poi comparivano quei
contenitori di latta a scritte colorate che nessuno comprendeva; piano
li aprivano e nella stanza si spandeva quel profumo di spezie e di
cioccolato ben distante dall’odore da romatico e di fumo a cui erano
abituati.
Ormai il dado era diventata la medisina de Giovanin, da
centellinare come fosse oro: na puntina de guciaro, un fià de butiero e
acqua e la minestra era fatta.
“Chissà cossa che ghe sarà drento” si chiedeva la buona famiglia che in qualche modo si sentiva toccata dalla fortuna.
Ne parlavano a bassa voce come per confidare un segreto.
“Xé
rivà el paco dala merica, cicolata e dadi” confidava la Lusietta, cioè
la mamma de Giovanin, all’amica Mabile mentre andavano in chiesa per la
prima messa.
“Un giorno a tin faso sercare”, prometteva, ma il tempo passava e la Mabile non ebbe mai la grassia di sajare quela specialità.
Questa
storia andò avanti per qualche anno; arrivavano pacchi e qualche
lettera, una miscela di italiano, dialetto e merican in cui non era
facile districarsi.
Fortuna che Giovanin, che faceva la quinta
elementare, era abbastanza bravo a lesare e la cavra non gli aveva magnà
i libri come era successo per i suoi fratelli.
Sicuramente
avrebbe preferito anche lui andare a lavorare i campi piuttosto di stare
a scuola, o laorare pico e baile, ma oramai era alla fine dell’anno e
bastava tenere un po’ duro.
L’ultima volta però era arrivato un
pacco un po’ strano, senza scritte ed un po’ più grande del solito,
sempre di latta, ma diverso dai soliti; forse i buoni parenti mericani
avevano cambiato casolìn, disse la Lusietta che non aveva bene in testa
cosa poteva essere stato quel cambiamento.
La polvere all’interno era un po’ diversa di colore, ma sempre polvere era e sempre misurate dovevano essere le dosi.
Si
accorsero in casa che anche il sapore era un po’ diverso, che quel
brodo era insipido, così aumentarono la dose della polvere che mettevano
nell’acqua ed aggiunsero un po’ di sale e una gambetta de selino, così
la menestra era accettabile.
Scrivere che questa volta il dado non
era tanto buono non se la sentivano, sembrava di fare un torto a quei
generosi parenti, non si tegnevano in bòn, gli pareva di offenderli.
Comunque
de rife o de rafe la polvere nella scatola calava e Giovanin continuava
a mangiare quel brodo anche se ultimamente pareva un sbroacio.
Un
giorno la postina arrivò con una lettera, la solita lettera che ogni
tanto arrivava dalla merica, color azzurro con dei bei francobolli con
il volto del presidente che in quel tempo era H. S. Truman.
La
Lusietta, che aveva qualche difficoltà con la vista dietro cui si
nascondeva una incertezza scolastica mai sanata nel leggere, a maggior
ragione con quei termini mezzi mericani, non si fidava certo di
avventurarsi tra quelle righe e mise la lettera in un angolo dietro il
vetro della vetrina, in bella vista, ed attese mezzogiorno che tutti
fossero a casa, ma soprattutto Giovanin, l’addetto alla lettura.
Quando
tornò da scuola, e tutti erano già intorno al tavolo per il pranzo,
Lusietta aspettò che avessero finito di mangiare poi consegnò con
curiosità e quasi trepidazione la lettera al figlio affinché la leggesse
a tutti ad alta voce.
Si alzò in piedi e con la manega si pulì la boca, poi schiarì la voce e cominciò:
Cari zermani:
Morta la nona, la senare drento la scattola, parché lei brusata con il fogo.
Ela a sempre vusudo essàre sepelia nel cemeterio del so paese dove géra nata.
Preghemo valtri de provedare col prete a sepulirla.
Saluti dala merica dai vostri zermani. Grassie.
Giovanin
qualche difficoltà a leggere l’aveva, figuriamoci con quel miscuglio di
dialetto, italiano e merican; affrontare quelle righe era difficile
come sapare un canpo de sorgo e cominciò ad avere i sudori.
Alla
difficoltà letteraria si aggiunse la tensione di avere tutta la
famiglia intorno che pendeva dalle sue labbra: non voleva far brutta
figura, tra incertezze e balbettamenti capì benissimo il senso di quelle
frasi, mentre gli altri avevano solo capito che era morta la nonna.
Si irostò come il musso de Biasieto quando non voleva andare avanti ed esclamò: A ghemo magnà la nona in brodo!!
Le
facce degli astanti si fecero di sale e Giovanin, impietrito, cominciò
a sudare, gocce di sudore grosse come medaglie gli imperlarono il viso
come quando andava ad aiutare nei campi.
Divenne bianco come una pessa da lissia, si alzò di scatto che sembrava una susta e andò a gomitare nell’orto su par na visela.
Sua
mamma gli corse dietro con la bottiglia dell’acqua de milissia
continuando a ripetere: “E desso, cossa ghe contemo al prete
mariasanta?”
Boschiero Maurizio
Come il solito, storia bellissima, piena di particolari che ti fanno entrare nel racconto e immagini di essere lì, nella cucina intorno alla tavola ad ascoltare Giovanin che legge la lettera dei parenti americani!!
RispondiEliminaTroppo Bravo! Hai un dono, la tua penna descrive luoghi, situazioni, persone come fa il pennello nelle mani del pittore ed è bellissimo che tu condivida questo dono con noi!
Ciao Clara
Grazie Clara, mi lusinghi troppo. Comincio a credere di essere bravetto!! A presto ciao Maurizio
RispondiEliminaAvevo letto questo tuo racconto quando era stato pubblicato sul Giornale di Vicenza e mi aveva già colpito allora ma l'ho riletto con molto molto piacere,questa volta aspettando come i bambini l'effetto sorpresa (anche se già svelato)...Bellissimo! Questa è la forza della buona scrittura....non stanca mai!
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