Vorrei fare una riflessione delicata, senza accusare nessuno e senza dare etichette a nessuno.
In molti territori, soprattutto nelle storie legate alle organizzazioni mafiose, il potere non si è costruito soltanto con la paura. A volte si è costruito anche attraverso favori, aiuti, donazioni, rapporti personali e consenso.
E allora mi chiedo se questo meccanismo, in forme completamente diverse e senza parlare necessariamente di mafia, possa esistere anche nelle nostre comunità.
Quando un'impresa aiuta una scuola, contribuisce a sistemare un problema del paese, sostiene iniziative, regala qualcosa ai bambini, collabora con i Comuni e diventa una presenza conosciuta e apprezzata, tutto questo può essere positivo.
Ma proprio allora nasce una domanda:
quanto è facile, per un amministratore, mantenere la stessa libertà di giudizio nei confronti di chi, nel frattempo, gli ha dato una mano?
Perché un aiuto è un aiuto.
Ma un controllo deve rimanere un controllo.
E una decisione pubblica dovrebbe essere presa sempre nell'interesse della comunità, indipendentemente dai rapporti personali.
Ma la domanda, secondo me, riguarda anche l'informazione.
Quando un giornale del territorio dedica ampio spazio e attenzione alle attività di importanti realtà economiche e industriali, come può poi riuscire a mantenere la stessa distanza quando deve raccontare eventuali problemi che riguardano proprio quelle realtà?
Non sto dicendo che un giornale non debba parlare bene di un'impresa.
Sto dicendo che l'obiettività si misura soprattutto quando arrivano le notizie scomode.
Se domani emergesse un problema serio riguardante l'acqua, l'ambiente o la salute dei cittadini, il giornalista dovrebbe sentirsi completamente libero di raccontarlo, anche se quell'articolo potesse mettere in difficoltà qualcuno di importante.
Altrimenti rischiamo di arrivare a una situazione curiosa:
chi ha più peso sul territorio finisce per avere anche più difficoltà a essere messo in discussione.
Non sto dicendo che ci sia qualcosa di illecito.
Sto dicendo che, in una piccola comunità, il consenso può diventare così forte da rendere più difficile fare le domande scomode.
E forse è proprio questo il confine che dovremmo avere il coraggio di osservare.
Perché si può apprezzare ciò che un'impresa fa di buono per il territorio e, nello stesso tempo, continuare a chiedere:
chi controlla?
chi vigila?
chi informa?
e soprattutto, chi ha ancora il coraggio di dire “no” quando serve?
Perché nessuno dovrebbe essere così importante da non poter essere criticato.
E nessuno dovrebbe essere così potente da non poter essere controllato.
gino