Negli ultimi periodi della sua vita, mamma aveva cominciato a raccontare cose che per tutta la vita aveva tenuto dentro. A volte erano ricordi, altre volte sembravano sogni. E spesso, in quelle storie, compariva mio padre, Gianni, l’uomo che morì nel 1963, quando io avevo appena diciannove mesi.
Io di mio padre non ho praticamente ricordi. La
sua presenza nella mia vita è sempre arrivata attraverso le fotografie e,
soprattutto, attraverso i racconti di mamma.
Uno di questi racconti lo fece a Carla, una mia
amica che era andata a trovarla.
Mamma raccontò di quando aveva visto mio padre
per la prima volta.
A quel tempo lavorava a servizio dal dottor
Ernesto Stefani, il medico condotto del paese. Si occupava della casa e dei
figli del dottore. Tra le sue amicizie c’erano Bruna e Adua, le sorelle di
Gianni, e ogni tanto andava a trovarle.
Un giorno era a casa loro, quando sentì qualcuno
scendere le scale.
Chiese:
— Chi è?
Le sorelle risposero:
— È Gianni, nostro fratello.
E fu allora che lo vide.
Mamma raccontò a Carla che, quando i loro occhi
si incontrarono, rimase folgorata.
Non disse semplicemente che le era piaciuto. Usò
proprio quella parola: folgorata.
Una parola che, raccontata tanti anni dopo, mi è
rimasta impressa. Perché dentro c’è l’idea di qualcosa che succede
all’improvviso, senza che tu possa decidere nulla.
Da quel giorno cominciarono a vedersi.
Non era semplice. Mamma lavorava dal dottore e,
quando lui e la moglie erano fuori casa, Gianni trovava il modo di passare a
trovarla. Erano incontri discreti, quasi furtivi: qualche parola, qualche
sguardo e la paura che qualcuno li scoprisse.
Ma evidentemente bastò quello.
Si innamorarono, decisero di sposarsi e poi
arrivai io.
La loro storia, però, durò troppo poco.
Nel 1963 mio padre morì. Un incidente sul lavoro,
oppure forse qualcosa che andò storto in ospedale. Su questo, ancora oggi, non
ho mai avuto una spiegazione precisa.
Avevo diciannove mesi.
Troppo piccolo per ricordare il suo volto, la sua
voce o le sue mani. Per me mio padre è sempre stato un uomo conosciuto
attraverso i ricordi degli altri.
Dopo la sua morte, mamma ebbe altri
corteggiatori. Avrebbe potuto ricominciare, sposarsi di nuovo e costruire
un’altra famiglia.
Non lo fece.
Forse perché quella prima folgorazione aveva
lasciato dentro di lei qualcosa che nessun altro riuscì più a cancellare.
Negli ultimi tempi mamma sentiva il bisogno di
raccontare. E forse non è un caso che, tra tanti ricordi, tornasse proprio a
parlare di mio padre.
Forse, quando la vita si avvicina alla sua
conclusione, la memoria fa percorsi strani: riporta alla luce persone, luoghi e
momenti che sembravano dimenticati.
E così mamma mi ha restituito un pezzo di storia
che non avevo mai avuto.
Non il ricordo della morte di mio padre, ma
quello del giorno in cui tutto era cominciato.
Un giovane uomo che scendeva una scala.
Una ragazza che lo guardava.
E una donna che, in quell’istante, rimase
folgorata.
Forse è questo il ricordo più bello che potessi
ricevere di mio padre: non una fotografia, non una data, ma il momento esatto
in cui, per mia madre, tutto ebbe inizio.
gino
