25 persone da tutto il Veneto a Valdastico: forse qualcosa di buono lo stiamo facendo

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Venerdì 22 marzo abbiamo avuto qui a Valdastico 25 soci di Veneto Segreto.

Non vi sto a spiegare troppo cosa sia Veneto Segreto: se volete capire bene di cosa si occupano potete visitare direttamente il loro portale:
👉 https://www.venetosegreto.com

Vi dico solo una cosa: la loro pagina Facebook conta circa 230.000 follower.

Giovanna, la nostra grafica, alcuni mesi fa mi aveva fatto conoscere questa associazione e mi aveva suggerito di contattarla. L’idea era capire se si poteva fare qualcosa insieme, inserendo il nostro progetto Vald’Art in una delle loro iniziative.
L’obiettivo era semplice: far conoscere il progetto e, di riflesso, far conoscere anche il nostro paese.

Per capire meglio come funzionavano le loro attività mi sono iscritto all’associazione e ho partecipato ad alcuni dei loro eventi, che — lo dico subito — sono quasi tutti a pagamento.

Dentro di me, però, ero abbastanza convinto di una cosa: che ci avrebbero snobbati.

Un po’ come succede spesso da queste parti.
Non siamo mai stati presi troppo in considerazione né dalla nostra amministrazione né da molti dei nostri compaesani.

Devo dire la verità: a parte le due escursioni organizzate con le scuole, gli eventi che ho organizzato con Michele Stefani, la nostra guida, hanno sempre avuto numeri piuttosto limitati.
In alcuni casi abbiamo dovuto perfino annullare le escursioni per mancanza di partecipanti.

Per questo motivo vedere arrivare 25 persone da varie parti del Veneto mi ha sorpreso e, lo ammetto, anche un po’ emozionato.
C’erano persone dalla provincia di Venezia, Padova, Rovigo, Vicenza e Treviso.

Il percorso è stato guidato da Michele, che con le sue spiegazioni naturalistiche e storiche è riuscito a catturare l’attenzione di tutti.

L’idea del giro era quella di far conoscere non solo il progetto Vald’Art, ma anche la storia del nostro territorio e le sue bellezze naturali.

Il tempo purtroppo era limitato, quindi i murales sono stati visti velocemente. Anche perché sono tanti.
Ma forse è giusto così: chi vuole può sempre tornare con calma e visitarseli da solo, magari ascoltando le storie raccontate nei QR code.

Durante il percorso abbiamo toccato diversi luoghi del paese:
il vecchio confine austroungarico, le bellezze del Gorgo, i vecchi lavatoi, la caliera di cedro, l’albero dei libri, il pannello della toponomastica, le due anguane, il vecchio campanile, la piazza con la sua maestosa chiesa, l’antica via Santa Barbara e il parco dell’emigrante.

Ci siamo soffermati anche su alcuni murales, tra cui quelli di Eddi di Roman e Fernando, i nostri pittori.

Il finale è stato alla panchina gigante, da cui si vede tutta la valle.
Ho visto le persone fare fotografie, guardarsi attorno, commentare il panorama.
E in quei momenti capisci che forse qualcosa di buono lo stiamo facendo davvero.

Katia, la fondatrice di Veneto Segreto, mi ha poi inviato il questionario di valutazione compilato dai partecipanti.
Il risultato? Il punteggio più alto possibile.

Per me è stata davvero una boccata d’ossigeno.

Perché ti fa capire che la nostra zona potrebbe essere interessante anche dal punto di vista turistico, se valorizzata nel modo giusto.

Il target di età di queste persone va dai 35 anni in su fino ai settanta e anche oltre.
Questo dovrebbe farci riflettere: abbiamo bisogno che qualche giovane del posto creda nel paese dove vive e provi a investire, magari aprendo qualche attività.

Naturalmente non è stato tutto perfetto.

Alla domanda:
“Dove possiamo andare a mangiare?”
non ho avuto una risposta da dare.

Quando siamo arrivati al ponte dei Braidi e qualcuno ha chiesto come sia possibile permettere un disastro come quello della cava, anche lì non ho trovato parole.

E poi il paese — ed era domenica — sembrava quasi un paese fantasma.

Con Veneto Segreto l’idea è di organizzare altre tre escursioni nel 2026, sempre con Michele che fa da guida e partecipazione a pagamento.

Ma voglio chiudere con una cosa che per me è importante.

La mia idea di Vald’Art non è trasformare il nostro borgo in un museo.

L’idea è un’altra: ricordare le facce, i mestieri, gli strumenti e i lavori che hanno costruito questo paese.

Molte foto finiranno sui social e magari tra qualche giorno verranno dimenticate.
Ma se anche solo una delle persone che è venuta a Valdastico tornerà a casa raccontando che esiste una piccola valle dove qualcuno sta ancora cercando di tenere viva la memoria di un paese, allora vorrà dire che il tempo, i soldi e l’impegno che io e molti altri abbiamo messo in questi anni non sono stati spesi per niente.

Perché a volte basta poco per capire una cosa semplice:

i paesi non muoiono quando mancano le case o le strade.
Muoiono quando smettiamo di credere che abbiano ancora qualcosa da raccontare.


                                                                                                                          gino